Erkrankt (3) | Romance Papa (Manhwa) | Freelancers DVDRIP

Go Home - A casa loro Recensione

Titolo originale: Go Home - A casa loro

Share

Go Home - A casa loro: la recensione dello zombi horror politico di Luna Gualandi

- Google+
Go Home - A casa loro: la recensione dello zombi horror politico di Luna Gualandi

Lascia un po' l’amaro in bocca la visione di Go Home – A casa loro, perché ci aspettavamo molto (forse troppo) da un film partito con l’ambizione di diventare un horror metaforico, prodotto in modo indipendente, praticamente no-budget, co-finanziato dal basso attraverso un crowdfunding e con la partecipazione a vario titolo di artisti romani, dalla musica di Daniele Coccia del Muro del Canto e di Piotta, al manifesto a firma inconfondibile di Zerocalcare. Pensavamo che l’autore romano fosse stato anche un’ispirazione, lui che con 12 ha raccontato una straordinaria, spassosa apocalisse zombie in quel quartiere popolare e multietnico che è Rebibbia, ma a rendere riuscita quella metafora era quello che purtroppo manca al film: una storia - magari anche drammatica, se la difficile via dell’ironia non era percorribile - capace di tenere lo spettatore avvinto ai personaggi e allo sviluppo della situazione in cui si trovano, nello spazio ristretto di un centro di prima accoglienza per migranti (in realtà il CS Intifada e lo Strike Spa), che riporta alla memoria la lunga notte dei morti viventi di romeriana memoria.

L’apocalisse zombi investe all’improvviso (e alla velocità della luce) gli scontri tra beceri fascisti che contestano l’arrivo dei rifugiati e a cui viene concesso l’onore della tv (è cronaca recente), e qualche sporadico oppositore (o “zecca”). Dall’attacco dei morti viventi si salva solo Enrico (Antonio Bannò), un pischelletto che ha la faccia perfetta per un fumetto di Andrea Pazienza o di Zerocalcare, e che nascosti i simboli di appartenenza "politica", viene accolto all’interno del centro. Sono chiarissime le buone intenzioni dei realizzatori, così come sono promettenti le premesse e bravi gli interpreti (in alcuni casi dilettanti e veri rifugiati, anche se il più bravo, Sidy Diop, lo abbiamo già visto nella serie Gomorra), e di discreto realismo gli effetti speciali, ma l’attesa non viene ricompensata adeguatamente.

Gli zombi non diventano occasione per una riflessione sui tempi in cui viviamo: è evidente fin dall’inizio chi sono i cattivi e si capisce che per quel vigliacco opportunista di Enrico non c’è speranza di redenzione, per quanto sia bravo Bannò a tenerlo sempre in bilico sul filo dell'ambiguità.  Quello che accade (e che succede in tutti i film di zombi) sembra farlo in modo casuale e non in base a una vera necessità creativa o narrativa. I personaggi chiusi nel centro non sviluppano nuove dinamiche reagendo gli uni agli altri, non c’è conflitto, non c’è solidarietà (ognuno ha storie e provenienze diverse, e il film giustamente sceglie di farli parlare nella propria lingua), fanno tutti un sacco di stupidaggini, incluso l’unico che sa riconoscere gli zombi perché – e questa potrebbe essere una promettente novità per il canone – li ha visti in tv e quindi sa cosa bisogna fare.

Il tempo passa lento, gli assediati lo trascorrono come meglio credono ma non c’è ansia di conoscerne la sorte, sono entità separate che comunicano tra loro il minimo indispensabile. Perfino la presenza del corpo estraneo che è Enrico non suscita tensione. Se pure questo fosse voluto, non è funzionale a un film che non può vivere solo delle parole delle canzoni o della bravura dei suoi interpreti. Peccato, ancora una volta, per chi ci ha creduto e per Luna Gualano, alla sua seconda regia di un lungometraggio dopo una marea di videoclip, che dimostra una buona mano nel dirigere i suoi attori e nello sfruttare gli spazi che ha a disposizione. Certo, ci fa piacere che Go Home esista a dispetto di tutto e di tutti, ma la simpatia non è un metro di giudizio. Per fare un'opera che conti e si faccia sentire sullo scontro di civiltà in atto nel nostro paese, sul razzismo dilagante e sulla paura dell'altro utilizzata come arma di distrazione di massa, non basta la buona volontà, ma serve un punto di vista sicuro e originale, soprattutto quando si ha a che fare con un genere come l’horror e con figure a modo loro mitologiche.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
Lascia un Commento